30 ottobre 2017

Jehol Chrome - Compsognathid grade version

Recenti sviluppi nell'analisi dei pigmenti fossilizzati hanno prodotto una piccola (ma significativa) rivoluzione nella nostra visione dei dinosauri. Sebbene limitati a pochi taxa, e a pochi tipi di pigmento, ora abbiamo modo di determinare, anche solo indirettamente, alcune informazioni sulla colorazione in viva di alcuni taxa estinti.

Recentemente, è stato proposto che la distribuzione dei pigmenti in un nodosauride canadese sia un adattamento anti-predatorio. Studi analoghi avevano dedotto una colorazione mimetica in Psittacosaurus. Questo tipo di analisi non si limita alla colorazione dell'animale, ma genera implicazioni sul contesto ambientale dell'animale, dato che non tutti i tipi di mimetismo e colorazione risultano ugualmente adattativi in ambienti differenti.
fonte: Smithwick et al. (2017)

Seguendo questo filone di ricerca, Smithwick et al. (2017) hanno analizzato il primo taxon di dinosauro non-aviale del quale sia noto il piumaggio, l'ormai venerabile Sinosauropteryx prima.
I due esemplari meglio noti di Sinosauropteryx, di taglia leggermente differente, conservano entrambi tracce del piumaggio, sotto forma di impressioni carboniose. Questo piumaggio è preservato con diverse tonalità, distribuite in modo non-casuale sul corpo.
Filamenti più scuri sono presenti lungo il dorso, nella parte posterolaterale del cranio, tra l'orbita e il quadrato, e in fasce alternate lungo la coda. Smithwick et al. (2017) concludono che l'animale in vita avesse quindi una "mascherina" scura sugli occhi, e una coda a bande chiare e scure. Questo pattern cromatico ricorda vagamente alcuni lemuri e viverridi attuali. Gli autori hanno quindi testato gli "effetti" in termini di visibilità della colorazione di Sinosauropteryx in diversi contesti di luminosità e vegetazione. L'analisi conclude che la livrea di questo piccolo theropode costituisca una forma di adattamento ad ambienti relativamente poco vegetati ed aperti, nei quali il contrasto tra la regione dorsale scura e quella ventrale chiara fornisce il maggior grado di mimetismo con lo sfondo. La colorazione a bande della coda è più difficilmente interpretabile, sebbene essa possa essere interpretata in analogia con quegli animali odierni con code simili: è plausibile che la serie alternata di bande verticali "rompa" la silhouette del corpo e attiri i predatori verso la lunga coda piuttosto che verso il corpo e la testa. In ogni caso, la presenza in animali attuali di code con simili forme e colorazioni suggerisce che - qualunque sia la funzione - essa sia comunque una strategia adattativa e non una forma di selezione sessuale, e che tale strategia dovesse agire anche su Sinosauropteryx.
Pertanto, l'interpretazione del piumaggio in Sinosauropteryx fornisce indicazioni sull'eterogeneità ambientale da cui derivano i fossili del Biota Jehol: non soltanto abitanti degli ambienti fittamente vegetati chiusi hanno lasciato tracce fossili nei depositi lacustrini, ma anche rappresentanti di condizioni più aperte dal punto di vista vegetazionale.

Bibliografia:
Smithwick et al. 2017 - Countershading and Stripes in the Theropod Dinosaur Sinosauropteryx Reveal Heterogeneous Habitats in the Early Cretaceous Jehol Biota. Current Biology https://doi.org/10.1016/j.cub.2017.09.032

26 ottobre 2017

Opisthotonic Park

In una famosa scena iniziale di Jurassic Park (1993), veniamo introdotti in un sito di scavo molto di fantasia, nel quale alcuni paleontologi hanno appena estratto - in modo brutale e sconsiderato - un theropode dal sedimento sabbioso (ogni volta che rivedo la scena, quando uno dei paleontologi infila letteralmente la mano dentro la finestra antorbitale per rimuovere la sabbia, grido dal dolore...), mentre altri, sotto un estemporaneo gabbiotto montato sul sito, stanno visionando da uno schermo collegato ad un computer, la scansione di un altro scheletro ancora dentro il sedimento. Fa ridere pensare che con un non ben precisato super-generatore portatile di radiazioni (raggi X?) o di onde acustiche, un altrettanto non ben specificato rilevatore delle onde emesse (collocato... sotto il fossile non ancora scavato?) e, sopratutto, un personal computer del 1993 si potesse generare, rilevare e analizzare in pochi secondi l'enorme mole di informazioni necessarie per elaborare l'immagine che appare sullo schermo...

Ma, Andrea, quello è solo un film! Se per vedere il film accetti la clonazione dall'ambra, puoi anche sospendere l'incredulità nei confronti di queste tecnologie di indagine paleontologica!

Sì, hai ragione, voce fuori campo, ed in effetti non era per sbeffeggiare quel baracchino per scansioni sul campo che ho scritto il post. Invece, vi parlo di quello che appare nel video, elaborato dal baracchino.
Come ci spiega la paleobotanica Ellie Sattler:

"contrazioni post-mortem dei legamenti posteriori del collo: un Velociraptor?"

L'immagine infatti mostra chiaramente un dromaeosauride, adagiato sul fianco destro, e con il collo esteso, ovvero, piegato all'indietro, perché soggetto a contrazioni post-mortem dei legamenti posteriori del collo (il termine tecnico è "postura opistotonica"). Ed, in effetti, quello che appare nel video è proprio un Velociraptor. A ben guardare, infatti, è chiaramente riconoscibile (almeno ai theropodologi come me) che quello che appare nello schermo non è un esemplare a caso, bensì MPC D-100/25, famoso con il soprannome del "Velociraptor combattente" della famosa coppia fossile Velociraptor-Protoceratops.
Quindi, la dottoressa Sattler ha ragione: è un Velociraptor in postura opistotonica. Eppure, c'è qualcosa che non mi torna...
Andiamo a rivedere MPC D-100/25. Il fossile (quello vero) non è preservato in postura opistotonica. Anzi, non può né potrebbe esserlo (come spiego sotto)!
Innanzitutto, basta confrontare la foto della schermata in Jurassic Park con quella dell'esemplare originale, per vedere che i due scheletri sono praticamente identici, tranne che nella postura del collo e della testa. L'animale mostrato nel film ha il collo esteso, ma non iper-esteso, nel senso che la base del collo è parallela al dorso, ed è solo la sua parte anteriore che si estende (si piega all'indietro). La testa, curiosamente, non segue la curvatura anteriore del collo ed è parallela al torace, con la mandibola aperta. L'esemplare originale, invece, ha il collo a "S", non è quindi iper-esteso, e la testa è a sua volta flessa ventralmente e parallela al collo, con le mandibole serrate.


Confronto tra il Velociraptor nella schermata in Jurassic Park e MPC D-100/25: i due esemplari sono identici tranne che nella inclinazione di collo (freccia bianca) e testa (freccia rossa) rispetto al resto del corpo.

Prima di tornare al Velociraptor mostrato nel film, una breve spiegazione tafonomica del perché MPC D-100/25 non potrebbe avere il collo in postura opistotonica: le contrazioni post-mortem e la postura opistotonica si verificano in carcasse immerse in acqua, mentre quelle esposte all'aria e soggette a disseccamento tendono ad incurvare e flettere il collo (Lingham-Soliar 2016). Dato che MPC D-100/25 è preservato in sedimento sabbioso (il sedimento è interpretato come una duna fossile), è chiaro che fu soggetta a disidratazione e disseccamento e non fu immersa in acqua. Interessante che in esemplari di moa mummificati, il collo assuma la postura a "S" come in MPC D-100/25 (Carpenter 2000). Al contrario, la postura opistotonica è tipica dei theropodi fossilizzati in ambiente lacustrino o lagunare (come gli olotipi di Scipionyx e Sinosauropteryx).

E così, ci troviamo nella paradossale situazione che per la scena dello scavo in Jurassic Park, abbiamo fossili estratti da sabbie, fossili visualizzati utilizzando fossili estratti da sabbie (MPC D-100/25) ma che poi, per esigenze sceniche, siano ritoccati graficamente per simulare una postura opistonica.

Quindi, concludendo, in Jurassic Park vediamo una versione ritoccata di MPC D-100/25, con la testa rigirata per simulare in modo più drammatico una contrazione post-mortem dei legamenti del collo, nonostante che le condizioni in cui quel fossile si formò non potrebbero permetterlo.

La Sattler, comunque, è promossa: ha ragione, quello che sta vedendo è un (falso) Velociraptor (con il collo ritoccato per smentire il sedimento dal quale qualche minuto prima avevano estratto un altro Velociraptor) con (false) contrazioni post-mortem.

Bibliografia:
Carpenter K., 2000 - Evidence of Predatory Behavior by Carnivorous Dinosaurs. Gaia 15:135-144.
Lingham-Soliar T. 2016 - Experiments on ostrich decomposition and opisthotonus with implications for theropod dinosaurs. Journal of Zoology doi:10.1111/jzo.12345.

25 ottobre 2017

Lo strano caso del Gallimimus morto sulle sue orme

Online si può trovare sia l'eccellenza sia la ciarlataneria. La seconda, proprio perché ciarlatana, si camuffa e simula l'eccellenza, nella speranza di farla franca. Ma se si è pratici all'eccellenza, la bufala si svela immediatamente.
Online, mi sono imbattuto in un "fake paper", ovvero, un file che a prima vista può sembrare un vero articolo scientifico, con tanto di titolo, autori, formattazione che somiglia stranamente a quella di Nature, figure e bibliografia*. Il "fake paper" è assolutamente privo di senso logico, dato che sostiene che la fossilizzazione delle impronte fossili di dinosauro sia legata a variazioni del campo gravitazionale terrestre!
Una rapida lettura del "fake paper" ci permette di chiarire le fondamenta di questo "studio". Gli autori fraintendono uno studio sulla biomeccanica di Tyrannosaurus, nel quale è testata la possibilità che l'adulto di T. rex fosse in grado di correre (ovvero, mantenere una fase sospesa durante la camminata), e si pongono la domanda assurda del come sia possibile che esistano impronte di dinosauro se i dinosauri non erano capaci di correre. Da lì, parte la loro necessità di trovare una causa "fisica" che permetta ai dinosauri di camminare nonostante l'impossibilità fisica di farlo, che gli autori ritengono sia identificabile dalle impronte fossilizzate, le quali dimostrerebbero una repentina variazione della forza di gravità nel Mesozoico.

Scusa, puoi ripetere?

Ricapitoliamo: nel Mesozoico la gravità era più bassa di oggi, e ciò permetteva ai dinosauri di muoversi nonostante l'impossibilità fisica di farlo con la gravità di oggi. Poi, la forza di gravità aumentò rapidamente al valore attuale e questo portò alla rapidissima litificazione e fossilizzazione delle impronte.

Eh?

Chiariamo fin da subito che questi "ragionamenti" sono pure farneticazioni. Il fatto che l'adulto di Tyrannosaurus possa non essere in grado di correre non implica che fosse incapace di muoversi o di stare in piedi... semplicemente, non correva. Anche gli elefanti non galoppano, ma questo non pare dar loro problemi, e non mi pare che la loro esistenza richieda violazioni delle leggi fisiche. Inoltre, la forza di gravità terrestre non varia significativamente nel tempo, dato che è una funzione della massa del pianeta, e sicuramente non varia in modo istantaneo. In ogni caso, non ha senso pensare che i fossili si formino per variazione della forza di gravità.
La domanda inevitabile è su chi abbia scritto questa assurdità. L'affiliazione dei tre autori sudcoreani di questo ridicolo "articolo" risolve la questione: una chiesa battista con tanto di sito biblico. Ovvero, un gruppo creazionista. Non ho nulla di personale contro le chiese battiste sudocoreane, ma non sono certamente gli istituti qualificati per parlare di impronte di dinosauro, di processi di fossilizzazione o di variazioni nella forza di gravità.

Siccome non voglio dare l'idea di essere ostile verso i sudcoreani che studiano orme di dinosauro, passo direttamente al vero tema del post, un eccellente articolo avente come primo autore un paleontologo sudcoreano. Lee et al. (2017) descrivono un sito ad impronte di theropodi dal Cretacico Superiore della Mongolia. Caso molto raro, in questo sito è anche preservata una zampa posteriore parziale di un Gallimimus. Raramente si rinvengono ossa associate ad impronte, dato che, generalmente, i contesti ambientali che permettono la preservazione delle impronte non sono allo stesso modo ideali per preservare le ossa. La tentazione di vedere nel Gallimimus morto nel sito anche l'autore delle impronte è sicuramente forte, ma sarebbe una grossolana ingenuità. Il solo fatto di avere impronte e ossa nel medesimo sito non implica che esse siano legate da una relazione diretta. Lee et al. (2017) svolgono una eccellente indagine tafonomica del sito, che permette di chiarire le condizioni che hanno prodotto questa associazione fossile. Difatti, le impronte sono conservate in un livello di sabbie (litificate) che è distinto (e più recente) del livello a fanghi (litificati) dove è presevato il piede di Gallimimus. Questo significa che il Gallimimus rimase impantanato e morì in un contesto fangoso (più umido) che precedette la fase sabbiosa (più arida) durante la quale si formarono le impronte. Anche se è molto probabile che le impronte più abbondanti conservate nel livello sabbioso siano riferibili ad ornithomimidi, nessuno degli animali che lasciò quelle impronte è anche il proprietario della zampa conservata nel livello sottostante.

Questo esempio ci ricorda come l'indagine paleontologica debba sempre essere corredata da una analisi tafonomica, ovvero l'indagine sul contesto geologico ed ambientale che ha prodotto e conservato i fossili che rinveniamo. Una lettura "letterale" ed ingenua dei fossili (anche senza arrivare alle farneticazioni gravitazionali), priva del supporto sedimentologico, stratigrafico e tafonomico, è la principale causa delle mistificazioni e favolette che regolarmente sono prodotte e diffuse a proposito dei dinosauri.

Bibliografia:
Hang-Jae Lee, Yuong-Nam Lee, Thomas L. Adams, Philip J. Currie, Yoshitsugu Kobayashi, Louis L. Jacobs, Eva B. Koppelhus. 2017. Theropod trackways associated with a Gallimimus foot skeleton from the Nemegt Formation, Mongolia. Palaeo3 doi:10.1016/j.palaeo.2017.10.020

*Mi rifiuto di citare esplicitamente gli autori o altri dettagli del "fake paper".

16 ottobre 2017

Perché è ingenuo lamentarsi della nuova iconografia dei dinosauri



Giovedì scorso, ho intrattenuto un pubblico appassionato con una presentazione sui dinosauri piumati, nella quale ho usato il tema come "cavallo di Troia" per un discorso sulle categorie biologiche. Durante la presentazione, ho anche mostrato come l'iconografia dei dinosauri sia cambiata continuamente fin dalla loro primissima scoperta negli anni '20 del XIX secolo.
Riflettendo su tale evoluzione iconografica, ho fatto una battuta, che ora elaboro in modo più articolato con questo post.

Le primissime rappresentazioni artistiche dei dinosauri sono figlie della loro epoca. I pochi resti fossili noti dei dinosauri, ancora privi di scheletri decentemente completi, ed un clima culturale non ancora pronto per l'idea di evoluzione come la concepiamo oggi, avevano ispirato rappresentazioni molto fantastiche. I dinosauri, prima ancora di ricevere tale nome, erano quindi gli equivalenti romantici dei draghi medievali.

Quando Owen introduce il termine "dinosauro", lo fa all'interno di una ben precisa strategia ideologica. Egli deve fronteggiare una visione progress(iv)ista e trasformista del mondo biologico (non soltanto di stampo lamarkiano), ed usa i suoi Deinos-sauria, "rettili terribilmente grandi", come prova di una non-linearità della storia biologica, come evidenza fossile inequivocabile che la storia della vita non fu una progressiva marcia verso la perfezione, bensì una arbitraria successione di creazioni e catastrofi, guidata "fuori dal mondo".
L'iconografia del dinosauro oweniano è quindi una idealizzazione para-mammaliana dell'archetipo rettiliano. I dinosauri della metà del XIX secolo sono quindi una sorta di "mammiferoidi squamati", signori di un'età antidiluviana fine a sé stessa, priva di connessioni dirette con le faune attuali.

L'avvento del darwinismo come sistema evoluzionistico maturo, porta all'abbandono del dinosauro oweniano. La scoperta di scheletri finalmente decentemente completi ispira le prime rappresentazioni "canoniche" dei grandi rettili mesozoici. L'avvento di una rapace generazione di paleontologi americani toglie all'Europa il ruolo di guida nella paleontologia dei dinosauri. La fine dell'ottocento e l'inizio del XX secolo rappresentano l'età "classica" della dinosaurologia. Icone come Iguanodon, Stegosaurus, Triceratops, Diplodocus e Tyrannosaurus vengono canonizzate, e le loro forme plasmate anche aderendo ad una visione neolamarkiana dell'evoluzione, che considera gli estremi dimensionali e morfologici dei dinosauri canonici "patologia evolutiva", senescenza della razza, l'espressione evidente di un declino, la drammatica degenerazione della stirpe rettiliana, prossima all'estinzione. Nasce, a livello popolare, l'uso della parola "dinosauro" come dispregiativo, sinonimo di "obsoleto, retrogrado, ipertrofico, fallimentare".
L'iconografia dinosauriana della metà del XX secolo si conforma a questa visione, e genera capolavori fantastici come "The Age of Reptiles" di Zallinger, nel quale i dinosauri, intesi come gigantesche montagne di carne senza cervello, troneggiano nella propria staticità.

La rivalutazione critica della biologia dei dinosauri, avvenuta in area anglosassone tra gli anni '60 e '80 del XX secolo, produce una nuova iconografia dinosauriana. Il "rettile rivalutato" di stampo bakkeriano non è altro che la reazione uguale e contraria alle acefale montagne di carne della generazione precedente. Gli iperattivi Deinonychus di J. Gurche, quasi una versione dinosauriana delle tartarughe ninja, sono irreali quanto i brontosauri impaludati di Zallinger, sebbene per motivi opposti. Ed il suo equivalente cinematografico, il malvagio raptor di Jurassic Park, capace di aprire porte, cacciare in branco con tecniche organizzate, e correre a 80 km/h, è solamente la punta estrema di una volontà di revisionare l'iconografia degli anni '40.

Al pari dei lucertoloni senza vita del 1940, i dinosauri degli anni '90 sono antropomorfici, nella misura in cui manifestano non tanto la biologia di un taxon fossile, quanto le suggestioni e illusioni dei paleontologi del loro tempo.
La rivoluzione piumata degli ultimi 20 anni, in cui viviamo oggi, ha definitivamente demolito la dicotomia rettile-uccello, concludendo quella rivoluzione darwiniana che Huxley aveva provato a introdurre nella dinosaurologia quasi 120 anni prima. Il risultato di questa rivoluzione è stata la progressiva accettazione del piumaggio come componente significativa della biologia dinosauriana. Come tutte le rivoluzioni, all'inizio essa ha generato reazioni ostili, controffensive della parte detronizzata, ma anche molti eccessi. I così detti "feather nazi" sono niente altro che l'estremizzazione della rivoluzione, al pari del raptor strafatto di crack della generazione precedente, ed il tyrannosauro obeso di Zallinger. Ogni generazione ha le sue iconografie estreme. Solo ora, forse, ci stiamo rapportando in modo critico alla multiforme diversità dei dinosauri, e produciamo iconografie mature e consapevoli dell'eterogeneità.

Eppure, molti tra coloro che si appassionano ai dinosauri, e vengono a contatto con la nuova iconografia "piumata", manifestano contrarietà, repulsione e nostalgia.
"I dinosauri erano meglio quando avevo 10 anni", replicano i nostalgici. La reazione è, tuttavia, molto miope. Se avete seguito la storia che ho appena ripercorso, avrete notato che ad ogni momento della vicenda, dal 1830 ad oggi, è corrisposto un particolare canone iconografico.

I dinosauri draconiani di Mantell (anni 1830) sono diversi dai mammalo-morfi di Owen (anni 1860) che sono diversi dai dinosauri senza anima di Zallinger (anni 1940), che sono diversi dai raptor super-eroistici di Gurche (anni 1980) che sono diversi dai nostri "polli giganti" (anni 2010). Ogni età ha avuto la sua iconografia, e lamentarsi della "nuova", rimpiangendo la precedente, è solo il segno di una infantile ignoranza verso una storia continuamente in divenire. Chi rimpiange i dinosauri "alla Jurassic Park" non comprende che anche quelli erano "bizzarrie alla moda" quando furono introdotti e soppiantarono nell'immaginario popolare l'icona precedente.

Non avremo mai una "iconografia definitiva" dei dinosauri. Lamentarsi della forma attuale, rimpiangendo il passato prossimo, significa non comprendere la dimensione storica e contingente delle nostre rappresentazioni, di tutte le rappresentazioni paleontologiche: passate, presenti e future.

01 ottobre 2017

Miti e Leggende post-moderne sui dinosauri Mesozoici: La Devozione verso La Sacra Immagine della Nostra Signora Madonna dei Dinosauri

(c) D. Henderson
Niente si radica nelle nostre menti quanto una visione che conferma le nostre convinzioni più viscerali. E niente è più viscerale in noi mammiferi quanto l'amore per la nostra mamma. Pertanto, quanto deve essere potente e inossidabile nella mente di quei mammiferi che si appassionano allo studio dei dinosauri l'idea che anche i dinosauri avessero delle "buone mamme"? Sospetto che sia così potente da essere immune anche alla contro-prova dei fatti.

Con questa provocatoria (ma non tanto esagerata) premessa, oggi parlo di uno dei più iconici tra i dinosauri degli anni '80, uno di quei taxa marchiati inesorabilmente su una specifica iconografia paleoartistica, iconografia che ha così profondamente incanalato la nostra visione recente dei dinosauri che, ne sono sicuro, le mie parole non appariranno come una analisi critica fondata su dati paleontologici, ma come una ingiuriosa blasfemia iconoclastica.
Parlo di Maiasaura, un hadrosauride soggetto ad una curiosa forma laica di devozione, il dinosauro la cui rappresentazione iconografica sta alla paleontologia dei vertebrati come la iconografia mariana sta al cattolicesimo.

Tutto ha inizio con Horner e Makela (1979), che descrivono l'associazione fossile di numerosi resti di 11 individui giovanili di Hadrosauridae e frammenti di guscio, tutti all'interno di una cavità riempita di sedimento fangoso. I resti non sono associati ad individui adulti, tuttavia scheletri di hadrosauridae più maturi vengono rinvenuti nella medesima località. Le caratteristiche condivise tra esemplari giovanili e l'adulto attestano la conspecificità, e viene istituito Maiasaura peeblesorum.
Horner e Makela (1979) interpretano questa associazione fossile come un nido. Gli autori notano che gli scheletri, pur essendo molto giovani, hanno caratteristiche che permettevano a questi individui di muoversi autonomamente, tra cui una relativa ossificazione delle articolazioni e usura dei denti. Pertanto, Horner e Makela (1979) riconoscono che gli individui sono comunque in grado di muoversi e nutrirsi: questa è pertanto prole ad un livello di "precocità" superiore alla prole inetta. Successivamente, Horner cambierà interpretazione, proponendo uno scenario più radicale, con prole inetta.
Inizialmente, però, Horner e Makela (1979) si chiedono per quale motivo gli esemplari - pur essendo in grado di muoversi - siano tutti comunque confinati nel "nido". Da questa domanda, nasce l'idea che i giovani di Maiasaura tornassero periodicamente al nido, e che fossero nutriti e protetti dai genitori. Da qui alla iconografia di Maiasaura che costruisce nidi, cura le uova, cura i pulcini e passa tutta la vita a fare la brava mamma, il passo è breve.

Tuttavia, l'intera scena si basa su una sola ipotesi, non confermata dai fatti: che i giovani Maiasaura avessere bisogno delle cure dei genitori per nutrirsi, e quindi restassero nel nido per essere sfamati. Eppure, non ci sono prove dirette di associazione tra esemplari giovanili e adulti di Maiasaura. L'unico dato certo è che i giovani Maiasaura erano gregari, e che tendevano a restare assieme a individui della stessa dimensione (ed età, probabilmente i fratelli di nidiata). Il fatto che gli individui siano aggregati in una medesima struttura deposizionale, ci dice che morirono assieme, ma non ci dice se ci fosse un genitore associato a loro. Dato che mortalità di massa in dinosauri giovani è stata documentata in vari contesti e taxa, ed in tutti i casi è stato interpretato come una prova di una aggregazione tra esemplari giovanili (Varricchio et al. 2008), essa non è una prova necessaria o sufficiente di cure parentali con prole inetta. Quindi, non ci sono motivi per ritenere Maiasaura "diverso" dagli altri dinosauri sulla base di una aggregazione tra individui giovani.
Faccio notare che anche qualora fosse scoperta una associazione fossile tra adulti e giovani, questo non implica una prole inetta: coccodrilli, struzzi e polli possono essere rinvenuti assieme agli adulti, ma sono comunque tutti animali con prole precoce. La sola associazione tra giovani e adulti quindi non implica necessariamente cure parentali intense o prole inetta. Difatti, nulla vieta che i membri della medesima nidiata usassero il nido come "tana" o "rifugio" per qualche tempo dopo la schiusa: dopo tutto, esso era probabilmente un luogo relativamente protetto dove passare la prima fase della vita. I "nidi" di Horner quindi potrebbero semplicemente essere una aggregazione di giovani che foraggiavano autonomamente nei pressi del nido per qualche tempo dopo la schiusa, e che usavano il nido stesso come tana. Ciò non implica una partecipazione del genitore (molto più grande del nido stesso) nella tana/rifugio.

Horner (1982) ed Horner e Weishampel (1988) descrivono ulteriori livelli stratigrafici contenenti nidi di hadrosauridi e di un altro ornitopode di grado "hypsilophodontide". Studi successivi dimostreranno che il secondo taxon non è un hypsilophodontide ma un theropode troodontide (Horner e Weishampel 1996). Tuttavia, anche in questi casi, non ci sono prove che i giovani ricevessero cure dirette da parte degli adulti: abbiamo solo prove che gli individui da giovani tendessero a restare con i fratelli, spesso in prossimità del sito di nidificazione. Tutto ciò non implica né richiede cure parentali. Gli autori riconoscono che il secondo taxon (il troodontide) è interpretabile come precoce, mentre per Maisaura ritengono che le ossificazioni distali delle ossa degli arti siano non completamente sviluppate, e che ciò implichi una inettitudine locomotoria, la quale quindi richiedesse cure parentali per la sopravvivenza dei giovani.
Geist e Jones (1996) osservano che l'assenza di ossificazioni in Maiasaura si limita alle estremità cartilaginee delle ossa lunghe, mentre il resto dello scheletro è pienamente ossificato, e che ciò quindi non può essere un argomento per una condizione inetta. Horner (2000) riconosce la validità di questa osservazione, e si focalizzano quindi sulla istologia delle ossa per determinare eventuali differenze tra neonati inetti e precoci.
La questione sullo stato inetto di Maiasaura quindi si riduce fondamentalmente ad un dato istologico, il tipo e grado di ossificazione delle estremità (epifisi) delle ossa degli arti. Horner (2000) quindi confronta l'istologia delle epifisi delle ossa degli arti in Maiasaura e Troodon e conclude che le differenze istologiche tra i due taxa (spessa capsula di cartilagine calcificata in Maiasaura, più sottile capsula distalmente all'osso in Troodon) indichino una ridotta mobilità in Maiasaura. Di conseguenza Horner (2000) conclude che Maiasaura rientra nello stadio "semi-inetto" degli uccelli odierni mentre Troodon sarebbe precoce, secondo la classificazione di Stark e Ricklefs (1998).

Tuttavia, Stark e Ricklefs (1998) producono una classificazione dello stato di inettitudine degli uccelli basato su criteri non applicabili o non-controllabili in Maiasaura:

1- presenza di piumaggio alla nascita: questo non controllabile in Maiasaura. Quindi: incerto.
2- attività locomotoria generica (ovvero, possibilità di muovere qualche parte del corpo): questo è verificato in Maiasaura, che ha la maggioranza delle articolazioni e delle inserzioni muscolari sviluppate alla nascita. Quindi: presente. Ciò smentisce le forme estreme di prole inetta.
3- attività motoria (ovvero, saper camminare). Questo è il parametro che Horner (2000) considera assente in Maiasaura, in base alla istologia delle epifisi. Vedere il mio commento sotto, in merito.
4- tendenza a seguire i genitori. Questo non è verificabile nei fossili: come scritto sopra, non abbiamo prove dirette di interazione coi genitori. Quindi: incerto.
5- cercare il cibo e nutrirsi autonomamente. Questo carattere non è verificabile in un fossile. Quindi: incerto.
6- avere i giovani nutriti dai genitori. Questo carattere non è verificabile in un fossile. Nello specifico, il solo fatto che i denti di giovane Maiasaura siano usurati non ci dice nulla su come si sia procurato il cibo. Quindi: incerto.
7- Occhi chiusi alla nascita. Questo carattere non è verificabile in un fossile. Quindi: incerto.

Pertanto, Maiasaura ha sicuramente la condizione 2 (che smentisce la condizione inetta estrema), è ignoto se abbia o no le condizioni 1, 4, 5, 6, 7, e potrebbe non avere la condizione 3. Di conseguenza, tutto l'argomento di Horner (2000) si riduce al fattore 3, all'interpretazione se le epifisi delle ossa lunghe nei giovani Maiasaura fossero in grado di svolgere attività locomotoria.
Secondo Horner, la presenza di una estesa capsula cartilaginea nelle epifisi di Maiasaura precluderebbe una attività locomotoria.

Eppure, altri fossili di dinosauro, a stadi di crescita ben più avanzato dei giovani Maiasaura, mostrano una estesa capsula cartilaginea a livello delle epifisi. Ad esempio, l'olotipo di Mahakala è un piccolo dromaeosauridae morto ad almeno due anni di vita (Turner et al. 2007). Tutte le epifisi degli arti anteriori e l'articolazione distale del femore e quella prossimale della tibia in questo fossile non sono ossificate. Il resto dello scheletro è perfettamente ossificato, e la mancanza di ossificazione nelle epifisi indica che l'animale aveva delle capsule cartilaginee al momento della morte. Questo pattern ricorda i giovani Maiasaura. Seguendo l'argomentazione di Horner (2000), l'olotipo di Mahakala dovrebbe quindi essere stato inetto al momento della morte. Tuttavia, dato che l'animale è un subadulto, come indicato dall'istologia delle ossa, è altamente molto improbabile che avesse passato due anni fermo nel proprio nido, dove avrebbe passato inetto due anni di stadio giovanile e almeno l'inizio dello stadio subadulto, alimentato dai genitori. Nessun animale passa 2 anni fermo dentro il nido.
Ovvero, la presenza di capsule cartilaginee nelle estremità delle ossa degli arti di dinosauri di dimensioni medio-piccole (come giovani Maiasaura e subadulti di dromaeosauridi) non è una prova che questi animali fossero inetti.

Pertanto, l'intera ipotesi che Maiasaura fosse dotato di prove inetta (o semi-inetta, come alla fine conclude Horner 2000) si basa su un singolo dato, la presenza di capsule cartilaginee, il quale non è un vincolo alla locomozione in dinosauri di piccole dimensioni.
Dato che nessuno dei criteri di Stark e Ricklefs (1998) per la prole inetta (o semi-inetta) è soddisfatto in modo inequivocabile in Maiasaura (o in altri dinosauri), l'ipotesi più parsimoniosa è che questi dinosauri fossero precoci, come tutti gli altri archosauri non-aviani.

L'intera iconografia della "Buona Mamma" (che deve portare cibo ai piccoli inetti nel nido) si basa quindi su una interpretazione non-univoca di un singolo fattore istologico che non è vincolante ad uno stato inetto nei giovanissimi, dato che si osserva anche in animali subadulti.
Il mito iconografico crolla, e non per colpa di capsule cartilaginee...

Bibliografia:
Geist NR, Jones TD. 1996. Juvenile skeletal structure and the reproductive habits of dinosaurs. Science 272:712–14.
Horner JR, Makela R. 1979. Nest of juveniles provides evidence of family structure among dinosaurs. Nature 282:296–98
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