30 dicembre 2014

Bilancio del 2014

Artwork by D. Bonadonna (c)
Domani, per il mondo occidentale è posto arbitrariamente il completamento dell'ultima orbita attorno al Sole, ed è quindi tempo per altrettanto arbitrari bilanci sugli ultimi dodici mesi.
Che il 2014 sia stato un anno theropodologicamente notevole è ovvio, basta menzionare Deinocheirus e Spinosaurus. Del primo, era nota da qualche anno nei paleo-circoli che contano la scoperta di nuovi esemplari, e la pubblicazione ufficiale uscita questo autunno ha ampiamente ripagato tutte le attese. Del secondo, è noto un nuovo esemplare relativamente completo che ha generato un acceso dibattito (non soltanto scientifico) come non se ne vedeva dai tempi dei primi resti di theropodi piumati dal Liaoning, ed attendiamo la monografia che dovrebbe risolvere e dipanare le (ormai abbastanza trite e ritrite, quindi evito di ripeterle) polemiche nate a seguito della pubblicazione dello scorso settembre.

Personalmente, il 2014 è stato un anno rivoluzionario, sia sul piano professionale che personale.
Da Gennaio, sto svolgendo il dottorato di ricerca all'Alma Mater di Bologna. A 11 anni dalla laurea, sono tornato nel mondo universitario, ma con la mentalità di chi per oltre un decennio ha fatto ricerca da indipendente e “si è fatto le ossa” da solo (mai termine fu più adatto a questi tempi di crisi, così pesanti per quelli della mia generazione), ma anche con l'umiltà di chi ha ancora molto da imparare e desidera cogliere da questa esperienza tanto più possibile di positivo. Il mio progetto di dottorato – l'utilizzo della inferenza bayesiana in filogenetica paleontologica integrante dato morfologico e stratigrafico – ha già fruttato bene, dato che la mia prima ricerca per questo progetto è stata pubblicata su Science. Altri progetti sono attualmente in svolgimento (revisione e completamento) ed altri saranno avviati con il nuovo anno.

Inguaiato dal mio Supervisore di Dottorato (Federico Fanti), dallo scorso autunno sono parte di un team di ricerca che sta svolgendo scavi nei ricchi livelli del Giurassico e Cretacico nel sud della Tunisia. Questo progetto è finanziato dalla National Geographic Society, quindi da questo anno sono “explorer” per la Society. Questo progetto mi ha portato, per la prima volta, in Africa: un'esperienza che, aldilà delle sue implicazioni scientifiche (che per ora non posso rivelare), resterà comunque uno dei momenti più emozionanti ed affascinanti della mia altresì tranquilla vita di filogenetista dei vertebrati fossili.

Ed il 2015, almeno nei progetti in cantiere, non sarà da meno. 
Restate sintonizzati su questo blog!

24 dicembre 2014

Merry Saturnalia!


E come tutti gli anni, ecco il mio tradizionale modo saurischio di fare i (c)auguri di Buon Natale.

Pensieri da Tataouine

Tramonto di fine autunno presso il sito di El Mra, Governatorato di Tataouine. (Foto di Federico Fanti).

Stendo un bilancio molto sommario della mia esperienza nel sud della Tunisia, come membro della spedizione organizzata dall'Università di Bologna in collaborazione con Office National des Mines di Tunisi, e finanziata dalla National Geographic Society. Come accennai in precedenti post, sono vincolato alla riservatezza per le scoperte scientifiche della nostra spedizione (tutto sarà rivelato al momento opportuno e nella adeguata sede), ed in questo post parlerò sopratutto della mia esperienza “personale”.
Era la prima volta che visitavo l'Africa, e non nascondo che il Mal d'Africa mi abbia colpito, in qualche misura. L'Africa nella sua accezione magrebina, più che l'Africa “nera”, l'Africa che fu anche di Stromer, se voglio imporre un irrispettoso legame tra me ed il grande paleontologo tedesco che visitò il Nord Africa esattamente un secolo fa. L'Africa del XXI secolo è sicuramente differente da quella del periodo coloniale, e guardarla come se fosse tratta dalle cronache ottocentesche sarebbe quanto di più sbagliato e fuorviante. Nondimeno, le valli spazzate dall'arido vento che abrade la pelle, le antiche città scavate nella roccia, le costruzioni isolate dei pastori che sorgono nel mezzo del nulla, il caos multietnico del bazar di Tataouine, il mio incontro solitario con una vipera cornuta durante l'esplorazione di una valle, tutti questi eventi hanno un qualche legame con il concetto di “avventura”. Uso il termine nel senso di “andare per la ventura”, che ben descrive l'attraversare i grandi spazi desertici, le lande disabitate antitetiche alla mia imborgesita e costipata vita europea. In quella dozzina di giorni dedicati all'esplorazione sono stati molti i luoghi nei quali ci siamo avventurati. L'uso del termine “avventurare” probabilmente apparirà esagerato ed enfatico a chi, come Federico Fanti, era ormai alla sua ennesima spedizione tunisina. Ma per me, tutto è stato nuovo ed esotico, quindi intriso di avventura. Chi mi conosce bene sa quanto io sia poco incline all'avventura. Non sono un fanatico dei viaggi, e odio con tutto me stesso alcune innaturali modalità di trasporto tipiche dell'età contemporanea. Lo ammetto, ho sempre preferito il viaggio mentale nel Tempo Profondo al viaggio fisico nello spazio: non sono portato immediatamente per l'azione; inevitabilmente devo fermarmi e riflettere sul senso delle mie azioni, vincolato ad una sorta di massa inerziale riflessiva che inibisce l'energia cinetica, la spinta dinamica, il moto attivo. Andare contro la mia naturale inerzia è stato una sfida con me stesso prima ancora che un'esperienza esotica.
Il Tempo Profondo si manifesta innanzitutto nei luoghi come il sud della Tunisia. Nel territorio di Tataouine, campo delle nostre esplorazioni, sono esposte con continuità successioni sedimentarie di età Giurassica e Cretacica. Nomi esotici di località come Chenini, Guermessa, Oued el Khil, Kambout ed El Mra, in cui sono rinvenibili resti fossili di quella età, sono per me ormai familiari. Di ciò che abbiamo trovato in questi luoghi parlerò in futuro.
Nei dieci giorni dedicati effettivamente alle esplorazioni dei vari siti tunisini, abbiamo pernottato a Tataouine, nella caotica commistione di arabi, berberi e subsahariani. A differenza delle verdi città più settentrionali della Tunisia, poste sulla costa (che ho intravisto nel viaggio di ritorno), che sono simili alle equivalenti europee dell'altro versante del Mediterraneo, Tataouine è immersa nelle tinte di ocra e rosso dell'entroterra roccioso antistante il grande Erg, la porta del Sahara. Ricordo che la prima mattina, svegliato dal canto del muetzin, uscii dall'albergo per godermi l'alba, e che alla vista dei bagliori rossastri sulle brulle colline circostanti mi parve di essere su Marte, più che sulla Terra. Non è un caso che Tataouine è stato la location di uno dei più noti film di fantascienza (ovviamente, non potevamo evitare di visitare una di queste location).
Ogni mattina, attorno alle 7, partivamo con quattro mezzi (un auto, un fuoristrada e due pick-up) in direzione di alcune località che avevamo precedentemente identificato come promettenti e concordato con i nostri colleghi tunisini. Ogni viaggio durava mediamente un'ora, durante la quale potevamo imbatterci in posti di blocco della gendarmeria o dell'esercito, o, in alternativa, nei contrabbandieri di benzina libica e di valuta straniera (specialmente lungo la strada che da Tataouine va verso sud-est e porta al travagliato confine libico, distante meno di una cinquantina di km dai luoghi delle nostre esplorazioni). In genere, solo la prima parte del viaggio di andata (e la seconda del ritorno) era svolta su strade regolari ed asfaltate: la parte restante era svolta lungo piste sterrate, quando non direttamente sul brullo terreno roccioso, lungo uno wadi asciutto, fino alla base di un qualche jebel promettente.
In tutto, il corpo di spedizione constava di 8 italiani ed altrettanti tunisini. Il team bolognese comprendeva Federico Fanti, in qualità di capo spedizione; Luigi “Jerri” Cantelli, come esperto di geomatica, fotogrammetria e telerilevamento; il sottoscritto, presente come paleozoologo ed anatomista dei vertebrati; ed una variegata banda di quattro studenti di Federico e Jerri: Germano l'outsider, e tre pischelli ventenni: Luana, Jacopo e Sara. Ottavo italiano, la nostra guida locale, Aldo Bacchetta, che da oltre un decennio trascorre sei mesi l'anno a Tataouine ed è conoscitore di tutte le piste per i siti geologici, nonché lo scopritore dello scheletro di Tataouinea hannibalis. E dietro ogni grande guida e navigatore tra le dune c'è sempre una grande donna, quindi non potevo omettere di salutare e ringraziare Graziella!
Se quelle due settimane sono entrate nella mia memoria e resteranno un bellissimo ricordo di esperienze e suggestioni, oltre che di paleontologia ed esplorazione, il merito va anche ai miei compagni di ventura, con i quali si è sviluppata una ottima sinergia. A Federico, in primis, va il merito di avermi staccato dallo scoglio bolognese sul quale avrei volentieri continuato ad aderire. Ma anche tutti gli altri hanno, ognuno a modo proprio, contribuito a rendere questa esperienza unica e ricca di significato. Spero che anche la loro esperienza tunisina sia stata arricchita in qualche modo dalla mia presenza.

20 dicembre 2014

Un nuovo abelisauride dalla Formazione Anacleto

Un team italo-argentino descrive i resti frammentari di un abelisauroide di taglia media dalla Formazione Anacleto, dal Campaniano inferiore della Patagonia (Gianechini et al. 2015). I resti, rinvenuti in un'area relativamente ridotta e riferibili ad un singolo individuo, includono un premascellare con denti in alveoli, alcune vertebre interpretate come dorsali posteriori, parte del sacro, le estremità prossimali degli omeri e la parte distale di un pube. Premascellare e omero presentano sinapomorfie di Abelisauridae (ornamentazione sia laterale che mediale del premascellare, forami neurovascolari a ridosso del margine alveolare, testa dell'omero semisferica e tubercolo dorsale posto distalmente al ventrale): la regione prossimale dell'omero mostra alcune differenze da Aucasaurus (anche esso dalla Formazione Anacleto) nella posizione e sviluppo dei trocanteri, che indicherebbero un nuovo taxon. L'assenza di autapomorfie nei pochi resti preclude l'istituzione di un nuovo nome.
Immesso in Megamatrice, questo esemplare è risultato un Carnotaurinae e sister-taxon di Dahalokely.

Ringrazio Mattia Baiano per la segnalazione.

Bibliografia:
Federico A. Gianechini, Sebastián Apesteguía, Walter Landini, Franco Finotti, Rubén Juárez Valieri, Fabiana Zandonai (2015) New abelisaurid remains from the Anacleto Formation (Upper Cretaceous), Patagonia, Argentina. Cretaceous Research 54: 1–16.

15 dicembre 2014

Dinosauri: Tra Icone ed Eresie

Da qualche giorno, sono tornato dalle mie due settimane di spedizione paleontologica nel sud della Tunisia.
A breve, vi racconterò qualcosa, anche se specifico subito che non potrò ancora entrare nei dettagli scientifici della nostra spedizione.
Intanto, se il 29 Gennaio 2015 sarete dalle parti di Bologna, vi invito al Café Scientifique di Via Zamboni, dove parlerò di dinosauri in un modo che i lettori del blog troveranno familiare...

25 novembre 2014

Billy World – The Trailer. Ovvero, sulla Morte (dello spirito) di Jurassic Park

Una ca***ta pazzesca

Dovrei essere in fase preparatoria per la mia partenza alla volta della Tunisia, ma dopo quello che ho appena visto, occorre un post liberatorio.
Come molti di voi, ho appena visto il trailer del nuovo episodio della (ormai) quadrilogia di Jurassic Park, “Jurassic World”.
In passato, ho scritto molti post su Jurassic Park, film celeberrimo e che rappresenta anche la più potente emanazione pop della paleontologia dei dinosauri. La scelta di parlare di Jurassic Park era ben motivata, ed ho dedicato interi post a spiegare perché, paradossalmente, parlare di Jurassic Park fosse utile alla comprensione dell'attuale “seconda” rivoluzione iconografica e concettuale sui dinosauri, rivoluzione iniziata dopo Jurassic Park.
Jurassic Park nacque come inevitabile manifestazione di un momento culturale particolare, nel quale la prima rivoluzione iconografica dei dinosauri, a sua volta espressione di una rivoluzione scientifica avvenuta quindici anni prima, fosse avvenuta nel momento giusto per essere tradotta in un prodotto cinematografico perfetto.
Ma oltre a questi pregi, Jurassic Park vinse perché si proponeva qualcosa di eticamente ineccepibile: mostrare i dinosauri così come li avremmo visti alla luce delle concezioni scientifiche di quel momento. Ed anche se ho scritto fiumi di parole per ricordare a tutti che qualsiasi concezione paleontologica è sempre e comunque un prodotto del momento culturale in cui si sviluppa, restava lodevole ed ammirevole lo sforzo dei realizzatori del primo film di essere il più aderenti possibili al paradigma paleontologico che avevano come riferimento.
I film successivi della serie hanno visto progressivamente scemare questa tensione. Ciò non deve stupire, dato che l'idea di fondo di Jurassic Park è troppo limitata e concentrata per poter essere ripetuta all'infinito senza cadere nello stantio e nel ridicolo. Nondimeno, anche i due seguiti persistettero con l'obiettivo di essere pur sempre aderenti alla filosofia originaria: manifestare (nei limiti della finzione cinematografica) una visione paleontologica. Persino il tanto bistrattato terzo episodio, per quanto zeppo di pacchianate, non è uscito da quel solco: abbiamo persino un maldestro tentativo di aggiornare i dromaeosauridi nel verso della (allora recentissima) scoperta di piumaggio in questi theropodi, ed uno spinosauro che, per quanto volutamente ipertrofico, è perlomeno riconducibile a ciò che, nel 2001, poteva essere scientificamente valido.

Tutto questo viene meno con il nuovo “Jurassic World”. Il trailer del nuovo film, è già sufficiente per confermare questa interpretazione. Difatt, oltre a manifestare una banalità devastante (citando Ian Malcom, esso si può riassumere in questa frase: “Uuuh, ahhh!” è così che si comincia; ma poi si arriva alle grida ed alla fuga in massa), mostra senza alcun pudore che lo spirito originario di Jurassic Park, quello spirito che ci ha fatto amare quel film, è stato ucciso, ed il suo cadavere scempiato.

Jurassic World uccide Jurassic Park, e si compiace di ciò.

Jurassic Park era un film sui dinosauri. I dinosauri: spiegazioni scientifiche (rivedibili e aggiornabili, ma pur sempre scientifiche) in merito ad animali reali del passato. Il film girava attorno a questa idea lodevole, e cercava di restare vincolato a tale idea. E siccome io amo tale idea (l'idea che i dinosauri siano animali basati su fatti scientifici), Jurassic Park è da amare, anche nei suoi ovvi limiti.

In Jurassic World, invece, abbiamo “dinosauri” di pura fantasia, del tutto inventati. Non parlo di mantenere i dromaeosauridi squamati, che, perlomeno, restano comunque dromaeosauridi basati su fossili reali. E non parlo nemmeno di dromaeosauridi trasformati in una muta di cani da caccia al seguito di un motociclista (immagine che è perfetta per una parodia, non per un seguito). Qui parlo di animali del tutto inventati di sana pianta. Esseri che non corrispondono ad alcun animale reale presente nel record paleontologico. Ovvero, dei mostri.
Jurassic World è un film su mostri. Mostri: creature di fantasia, assemblate in modo arbitrario ad uso e consumo della storia.

Nell'atto di proporre mostri in un film “sui dinosauri”, si uccide definitivamente lo spirito di Jurassic Park, quell'idea, geniale, vincente proprio perché ritenuta “non vendibile”, di mostrare un film con i dinosauri così come dovrebbero essere (al netto delle conoscenze scientifiche del momento in cui è prodotto il film), invece che mostrare “i dinosauri in quanto mostri”.

Il film attirerà orde di dinomaniaci (o sarebbe meglio chiamarli, a questo punto, mostromaniaci), sarà la gioia dei ragazzini troppo giovani per ricordare lo spirito del 1993, e farà la gioia del merchandising. Ma sarà odiato da quelli come me che, in cuor loro, avrebbero apprezzato vedere i dinosauri così come ce li propose Jurassic Park.
Non ho mai sperato che Jurassic World proponesse dinosauri aggiornati al 2014. Tale speranza era già stata stroncata da tempo. Ma perlomeno speravo di vedere dinosauri “di Jurassic Park”, ovvero, così come li conoscevamo nel 1993, scientificamente obsoleti nel 2014 ma perlomeno scientidicamente fondati perché così erano i dinosauri dei Jurassic Park nello spirito dei suoi realizzatori.
Così non sarà. Siamo tornati ai monster movies.
Le mie intenzioni di vedere un film del genere erano già molto scarse.
Ora sono del tutto annullate.

PS: come sempre quando scrivo di Jurassic Park, avvertenza: se non avete compreso il senso del post, evitate di commentare fuori luogo.